Quando ero piccola mio papà mi raccontava spesso di quella volta che aiutò Jurij Gagarin, ad infilarsi un paio di scarpe.
Siamo nel 1961, Torino. Si festeggiano i 100 anni dell’Unità d’Italia.
Torino è sotto i riflettori del mondo con la grande Esposizione internazionale del lavoro Expo 61, che prenderà il nome di Italia 61 e che darà il nome al quartiere della periferia sud bonificato e creato per l’occasione.
Foto storica di Italia ’61
In città per mesi, arrivano importanti personalità, dalla regina Elisabetta a Gronchi, Presidente della Repubblica.
Il 12 aprile del 1961, l’uomo conquista lo spazio. È Jurij Gagarin, a bordo della navicella spaziale Vostok 1, il primo uomo nello spazio.
Tutto il mondo lo acclama.
Mia nonna in quegli anni gestisce un negozio di scarpe in centro città.
Mio papà, un ragazzino di 13 anni, quando non va a scuola, le dà una mano. Finché un pomeriggio in negozio entra proprio lui, colui che solo al mondo ha visto la Terra dallo spazio.
Ha bisogno di un paio di scarpe nuove. Le guarda, le sceglie. Si accomoda sulla panchetta del negozio per provarle. Mio papà lo aiuta. La nonna gliele vende.
Questo il racconto che ricordo di quando ero bambina.
Mio papà recentemente me lo ha confermato.
Spinta dal ricordo di questo aneddoto familiare, sono andata a cercare qualche libro su Gagarin, e ho trovato la sua autobiografia, intitolata “Non c’è nessun Dio quassù” edita da Red Star Press.

L’editore tiene a sottolineare che la riproduzione, la diffusione, la pubblicazione su diversi formati e l’esecuzione di quest’opera, purché a scopi non commerciali e a condizione che venga indicata la fonte e il contesto originario e che si riproduca la stessa licenza, è liberamente consentita e vivamente incoraggiata.
lo sto leggendo, mi mancano una cinquantina di pagine, non sono ancora arrivata al racconto del volo nello spazio, ma sto “vivendo” con Jurij la preparazione al grande viaggio.
Ecco allora la risposta alla domanda:
come si diventa astronauti?
Riporto qui di seguito un estratto del capitolo “Preparativi peri cosmo”:
“La vita stessa modificava i miei progetti. Qualche mese prima ero convinto di avere davanti a me un lungo tempo di riflessione. Adesso mi rendevo conto che non si doveva più attendere. Il giorno dopo, rispettando lo statuto militare, mi mettevo a rapporto presso i miei comandanti e presentavo la domanda di ammissione al gruppo di candidati cosmonauti. Ritenevo che fossero maturi i tempi per l’addestramento di un gruppo di piloti spaziali. Non mi ingannavo. Di lì a poco fui convocato dalla commissione medica speciale.
(…)
I medici erano numerosissimi e più severi di un procuratore generale. I loro verdetti erano senza appello. Molti candidati erano eliminati alle prime prove. Nella scelta non c’era medico che non si dimostrasse implacabile: medici di medicina generale, neurologi, chirurghi, otorino-laringoiatri. Ci misuravano in tutti i sensi, ci auscultavano minuziosamente, tambureggiavano ogni parte del nostro corpo col loro “alfabeto Morse”, ci facevano ruotare in speciali apparecchi destinati a controllare gli organi dell’orientamento. Per non parlare del cuore, che era l’oggetto degli esami più complicati. Ogni medico aveva letto la nostra biografia e non si poteva nascondergli niente. Infine una complessa apparecchiatura registrava la minima deficienza della nostra salute.
(…)
Il vaglio fu severissimo. Nove candidati su dieci furono eliminati. E nemmeno il decimo, del resto, sapeva se la commissione seguente lo avrebbe accettato.
(…)
Un giorno, quando ormai avevo abbandonato ogni speranza, mi fu recapitato un biglietto: la commissione mi chiamava.
(…)
Intanto gli esami medici e psichici, cominciati dalla prima commissione, proseguivano davanti alla seconda. Oltre a sondarci dal punto di vista della salute, i medici volevano assicurarsi che il nostro organismo fosse in grado di resistere ai fattori caratteristici del volo cosmico e davano il loro giudizio sulle nostre reazioni a questi fattori. Gli esami venivano effettuati attraverso i più moderni procedimenti biochimici, fisiologici, elettrofisiologici e psicologici oppure sulla base di test appositamente preparati.
Fummo rinchiusi nella camera barometrica dove l’aria veniva portata a diversi gradi di rarefazione, ci esaminarono mentre respiravamo ossigeno nelle condizioni di forte pressione, ci fecero ruotare nella centrifuga che somigliava a una giostra. Oltre a ciò, i medici cercavano di valutare le capacità della nostra memoria e della nostra presenza di spirito, volevano sapere con quale grado di rapidità si spostava la nostra attenzione quando il soggetto fissato veniva bruscamente cambiato, indagavano per assicurarsi se eravamo in grado di eseguire movimenti rapidi, precisi e sobri.
Durante tutte le prove di eliminazione eravamo interrogati sula nostra vita, la famiglia, i compagni, le attività sociali. Si giudicava non solo la nostra salute ma anche i nostri interessi intellettuali e sociali, la stabilità delle nostre emozioni.
Per il cosmo ci volevano, insomma, uomini dal cuore ardente, dallo spirito vivace, dai nervi saldi, dalla volontà di ferro, dal morale alto e dall’umore inalterabile. Era necessario che il futuro cosmonauta fosse in grado di orientarsi, di ritrovarsi rapidamente nelle complesse condizioni del volo, di reagire immediatamente a qualsiasi imprevisto e di prendere giuste decisioni in qualsiasi circostanza.
Queste prove e riprove riempirono parecchie settimane. Molti altri vennero eliminati e finalmente seppi di essere rimasto tra i candidati prescelti.
(…)
Più tardi il costruttore capo ci condusse a vedere la sua creatura, la nave cosmica. Era la cosa più perfetta della tecnica moderna e riassumeva in sé tutte le realizzazioni della scienza.
(…)
La nave cosmica era leggera, solida, e facilmente trasportabile. Ogni sua parte era nuova e lucente. Nessuno aveva ancora toccato i suoi apparecchi, nessuno li aveva ancora visti, salvo naturalmente quelli che li avevano ideati e i lavoratori che li avevano costruiti. A uno a uno lasciavamo la cabina in silenzio per fare entrare il successivo compagno.
L’astronave rappresentava un enorme impiego di fondi e un grande sforzo di tutto il nostro popolo. Per costruirla si era dovuto creare una lega metallica ancora sconosciuta nei nostri forni Martin, e cristalli per gli oblò mai fusi prima di allora, e materie plastiche e tessuti super resistenti e vernici inattaccabili e apparecchi di rara intelligenza. Metallurgia e chimica, con le loro più avanzate realizzazioni, avevano lavorato affinché questa meravigliosa meraviglia delle meraviglie vedesse finalmente la luce. Non c’erano parole per esprimere i nostri sentimenti. C’era una sorta di musica trionfale che cantava nei nostri cuori.”
Leggendo queste pagine ho ripensato al fatto che nessun bambino sogna di fare da grande test sui materiali in un laboratorio prove, tutti sognano di fare l’astronauta, ma senza i tecnici di laboratorio, neanche Gagarin, a cui mia nonna vendette un paio di scarpe, sarebbe mai andato nello spazio.
(Scorri le immagini usando le frecce a destra e sinistra)
Vuoi conoscerci? Telefona allo 0119370516 o scrivi a laboratorio@motivexlab.com
Spero di incontrarti presto.

Elisabetta Ruffino









