Tra le mie letture estive ho riscoperto un libro che pensavo di conoscere, ma che in realtà non avevo mai letto con attenzione.
Le Avventure di Pinocchio, scritto da Carlo Collodi nel 1881.

Sembra un libro per bambini, in realtà una lettura attenta svela significati profondi e le chiavi interpretative possono essere molteplici. La lettura è stata molto veloce, sono bastate un paio d’ore, ma la traccia che ha lasciato nei miei pensieri è stata molto profonda e oggi voglio condividere con te alcune riflessioni.


I giorni di questa settimana, a cavallo tra agosto e settembre, sono giorni di ritorno al lavoro e di ripresa delle attività di marketing da parte di tante aziende.
Avrai notato anche tu il moltiplicarsi delle pubblicazioni sui social, le sponsorizzazioni e l’invio massiccio di email pubblicitarie.
Dopo quasi un mese di silenzio, dopo il fatidico invio dell’ultima comunicazione di chiusura per ferie, i vari uffici commerciali e marketing sembrano ricordarsi di nuovo di te. La prossima settimana, probabilmente sarai proprio al centro dei pensieri di tutti: la prima settimana di settembre bisogna portare un po’ di monete d’oro in azienda!
E dove prenderle queste monete?
Pinocchio si era lasciato convincere dal Gatto e dalla Volpe a sotterrare le sue monete d’oro nel Campo dei miracoli. Come non credere alla promessa che si sarebbero moltiplicate a migliaia senza sforzo?
Se non ti ricordi più il passaggio raccontato nei capitoli  XVIII e XIX, ecco qui il racconto di Collodi, che inizia con un dialogo tra la Volpe e Pinocchio:

— E le tue monete d’oro?

— Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all’osteria del Gambero Rosso.

— E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?

(…)

— Quant’è distante di qui il Campo dei miracoli?

— Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz’ora sei là: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila, e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?

Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finí col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finí, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:

— Andiamo pure: io vengo con voi.

E partirono.

Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome «Acchiappa-citrulli». Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall’appetito, di pecore tosate, che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l’elemosina d’un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d’oro e d’argento, oramai perdute per sempre.

In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi, passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche Volpe, o qualche Gazza ladra, o qualche uccellaccio di rapina.

— E il Campo dei miracoli dov’è? — domandò Pinocchio.

— È qui a due passi.

Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi.

— Eccoci giunti — disse la Volpe al burattino. — Ora chinati giù a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo, e mettici dentro le monete d’oro.

Pinocchio obbedì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d’oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprí la buca con un po’ di terra.

— Ora poi — disse la Volpe — va’ alla gora qui vicina, prendi una secchia d’acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.

Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò di piedi una ciabatta e, riempitala d’acqua, annaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:

— C’è altro da fare?

— Nient’altro — rispose la Volpe. — Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti, e troverai l’arboscello già spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete.

Il povero burattino, fuori di sé dalla gran contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.

— Noi non vogliamo regali, — risposero quei due malanni. — A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque.

Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.

(…)

Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l’ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.

E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé:

— E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero duemila?… E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? E se invece di cinquemila, ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!… Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.

Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul campo… andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.

In quel mentre sentì fischiarsi negli orecchi una gran risata: voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso Pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso.

— Perché ridi? — gli domandò Pinocchio con voce di bizza.

— Rido, perché nello spollinarmi mi sono fatto il solletico sotto le ali.

Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d’acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra, che ricopriva le monete d’oro.

Quand’ecco che un’altra risata, anche più impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.

— Insomma — gridò Pinocchio, arrabbiandosi — si può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?

— Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.

— Parli forse di me?

— Sí, parlo di te, povero Pinocchio; di te che sei così dolce di sale da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagiuoli e le zucche. Anch’io l’ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa.

— Non ti capisco — disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla paura.

— Pazienza! Mi spiegherò meglio — soggiunse il Pappagallo. — Sappi dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno preso le monete d’oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge, è bravo!

Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non c’erano più.

 

Le monete non c’erano più!

Ora io non voglio parlare di metodi per guadagnare soldi. Voglio fare un parallelo tra le monete di Pinocchio e la fiducia.

La fiducia dei clienti che le aziende devono guadagnarsi.

Tutto l’anno, non la prima settimana di settembre, non il primo lunedì del mese, di rientro dalle ferie.

Come ti dicevo prima, non credo di aver mai letto Pinocchio con attenzione prima di questa estate. Di sicuro però sono stata educata a non pensare di guadagnare le cose senza impegno e senza sforzo. Da quando sono piccola, so che il Campo dei miracoli non esiste. Non esiste un posto dove si seminano quattro monete e con un po’ di acqua crescono grappoli di zecchini d’oro.

Bisogna dare continuità alle proprie azioni, la fiducia non è un evento, è un processo.

La filosofia di MotivexLab è Tutto e Subito come modalità operativa: fornire i report in 24 ore, dare assistenza al cliente in maniera completa e veloce, ma poi e poi mai ci siamo sognati di ottenere la fiducia dei clienti con eventi sporadici, sponsorizzazioni, telefonate o email una tantum, al rientro dalle ferie.

Noi ci siamo sempre, ininterrottamente, dal 1998 ad oggi, sia a settembre che ad agosto.

Da sempre chiudiamo una sola settimana, quella di ferragosto, per poter eseguire interventi straordinari che difficilmente si combinerebbero con la presenza di tutto il personale in azienda.

Ma soprattutto, ci mettiamo la faccia e la presenza tutto l’anno. Perché non sappiamo quando i clienti avranno bisogno di noi, ma noi vogliamo essere pronti ad assisterli in qualsiasi momento.

La prima settimana di agosto abbiamo ricevuto delle email dal customer care di un nostro fornitore a dir poco vergognose: hai bisogno di assistenza? Riapriamo il 6 settembre.

Ce lo ricorderemo quando i vostri solerti venditori, il Gatto e la Volpe, ci proporranno acquisti al rientro.

Ti auguro una buona ripresa delle attività, e occhio ai vari gatti e alle tante volpi che ti proporranno affari vantaggiosissimi, salvo poi abbandonarti una volta rubate le monete!

Vuoi un Assistente Tecnico Personale che non ti abbandona per intere settimane, ma ti segue passo passo fino alla soluzione della tua problematica?

Telefona allo 0119370516.